25/07/2014
Infibulazione, Bisinella interroga i ministri

ROMA – La senatrice Patrizia Bisinella ha presentato insieme a dei colleghi un’interrogazione ai ministri degli affari esteri e dell’interno per cercare di arginare il fenomeno dell’infibulazione delle donne che popolano vaste aree dell’Iraq e della Siria e bloccare l’ingresso in Italia degli immigrati islamici che rifiutano di adeguarsi alle regole comportamentali e culturali del nostro Paese.

 

Di seguito il testo completo dell’interrogazione

 

 

Interrogazione a risposta scritta 4-02550

presentata da

 

PATRIZIA BISINELLA
venerdì 25 luglio 2014, seduta n.292

 

 

BISINELLA, MUNERATO, COMAROLI, STEFANI, BELLOT

Ai Ministri degli affari esteri e dell’interno

 

 

 

Premesso che:

da quanto si apprende dalle notizie riportate dagli organi di stampa il leader dei jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) autoproclamato califfato che controlla ampie zone dell’Iraq e della Siria, Abu Bakr al-Baghdadi, in un comunicato di cui Aki-Adnkronos international ha preso visione, ha richiesto l’infibulazione coercitiva per tutte le donne che risiedono nel territori del califfato;

i jihadisti affermano che la pratica è stata imposta dal profeta Maometto e riportano un elenco di suoi hadith (detti), che a loro dire contengono questo ordine. Il comunicato risale ad alcuni giorni fa ed è l’ennesimo che riguarda le donne, dopo quello che impone il “jihad del sesso” (vale a dire di concedere le ragazze vergini della propria famiglia ai jihadisti) e quello che impone la segregazione dei sessi nelle università;

la violenza contro le donne è il primo problema da affrontare per il raggiungimento degli obiettivi di libertà, eguaglianza, non discriminazione e difesa dei diritti umani;

l’ONU e l’Unione europea definiscono la violenza sulle donne nell’accezione di “violenza di genere”, cioè una violenza che si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi e nel desiderio di possesso e di controllo da parte del genere maschile su quello femminile;

nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo viene ribadito che è indispensabile promuovere l’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna;

la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1979, ratificata dall’Italia nel 1985, rappresenta uno degli strumenti di diritto internazionale più importanti in materia di tutela dei diritti umani delle donne. La Convenzione impegna gli Stati che l’hanno sottoscritta ad eliminare tutte le forme di discriminazione contro le donne, nell’esercizio dei diritti civili, politici, economici, sociali e culturali, indicando una serie di misure cui gli Stati devono attenersi per il raggiungimento di una piena e sostanziale uguaglianza fra donne e uomini;

i diritti delle donne costituiscono parte integrante ed inalienabile di quel patrimonio di diritti universali in cui si riconoscono le moderne società democratiche;

nonostante la dichiarazione e il riconoscimento di fondamentali diritti civili, sociali e culturali a favore delle donne, la violenza fisica e sessuale rappresenta ancora oggi una delle forme di violazione dei diritti umani più grave e diffusa nel mondo commessa nei confronti delle stesse e ha effetti devastanti nella loro vita;

nel corso degli ultimi anni, il fenomeno è in preoccupante evoluzione anche nel nostro Paese;

le cronache riportano con puntuale periodicità episodi di violenza commessi nei confronti di donne, vittime di ogni forma di violenza per il loro rifiuto a sottoporsi ad irragionevoli dettami fanatico-religiosi;

la mutilazione genitale femminile è una delle forme più crudeli e lesive di violenza sulle donne, perché riguarda soprattutto le bambine, addirittura le neonate, ed ha risvolti fisici e psicologici che le segneranno per tutta la vita;

le mutilazioni genitali femminili, praticate in diverse forme in molte parti del continente africano e in alcuni Paesi islamici dell’Asia, a seguito del fenomeno migratorio si sono diffuse anche in Europa ed in nord America e, nonostante il 20 dicembre 2012 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite si sia pronunciata per la messa al bando universale di questa pratica vergognosa e terribile e nonostante l’approvazione nel nostro Paese della legge n. 7 del 2006, in attuazione degli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione e di quanto sancito dalla Dichiarazione e dal programma di azione adottati a Pechino il 15 settembre 1995, l’infibulazione continua ad essere praticata in seno a comunità straniere, principalmente di origine africana e di cultura islamica, nel nostro Paese, che detiene, infatti, il più alto numero di donne infibulate rispetto al resto d’Europa;

alla mancata efficacia della legge contro le mutilazioni non contribuiscono solo retaggi culturali e religiosi radicati in comunità chiuse, ma anche episodi di cronaca giudiziaria che finiscono con l’indebolire la credibilità del nostro Stato di diritto: proprio nel novembre 2012 la seconda sezione della corte d’appello di Venezia ha assolto con formula piena due genitori nigeriani condannati in primo grado in base alla legge n. 7 del 2006 per avere mutilato le proprie figlie;

a partire dagli anni ’80, l’Italia si è trasformata da zona di emigrazione a Paese di frontiera. La nostra penisola è divenuta una terra di destinazione ovvero un luogo di passaggio obbligato per raggiungere altri Paesi, europei o extraeuropei;

in questi anni l’Italia, infatti, ha visto aumentare progressivamente ed esponenzialmente gli ingressi legali e illegali di immigrati sul proprio territorio nazionale;

il fenomeno dell’immigrazione inevitabilmente ha portato l’Italia a confrontarsi con differenti modi di pensare e stili di vita completamente alieni alle radici culturali e religiose italiane: il Paese deve necessariamente fare i conti anche con l’islam che, favorito dal diffuso atteggiamento multiculturale e buonista, si sta radicando anche in Italia;

a parere delle interroganti l’islam umilia e offende la donna, la considera sottomessa all’uomo dal quale può essere ripudiata (e non viceversa), l’obbliga a celare il viso e il corpo, le impone l’infibulazione;

a parere delle interroganti la differenza sostanziale, più che nelle caratterizzazioni esteriori, sta nella concezione stessa che la donna ha di sé. Come l’islam in quanto sistema rifiuta la mediazione, l’integrazione, la modernità, così la donna islamica, sottomessa, velata, rinchiusa, privata di potestà genitoriale e di qualsiasi autonomia, giustifica ed addirittura difende questo stato. Non può esserci alcuna evoluzione se le principali protagoniste non vogliono modificare la propria condizione;

a tutto ciò occorre rispondere con la forza generata dall’identità italiana e dai valori di eguaglianza che nascono da tutta la tradizione storica del Paese, con la consapevolezza che dignità e diritti sono elementi su cui non è possibile scendere a patti. E sarebbe ancora più vergognoso farlo, come suggerirebbe una parte politica, sotto la maschera buonista del rispetto di quelle che vengono ipocritamente definite “tradizioni”, senza avere il coraggio di ammettere che si tratta invece di pratiche barbare e violente come l’infibulazione;

l’aumento esponenziale del fenomeno dell’immigrazione proveniente da Paesi di cultura islamica ha messo a dura prova le politiche di integrazione facendo emergere problematiche di diversa natura estremamente complicate e difficili da dirimere. Se, da un lato, è difatti connaturata nella storia democratica del nostro Paese una politica di integrazione e tolleranza, dall’altro lato non è più accettabile procrastinare interventi volti a garantire il rispetto della legalità da parte delle comunità musulmane presenti nel territorio italiano;

in Italia gli uomini e le donne di fede musulmana sono circa un milione. Di fondamentale importanza è analizzare come si è organizzata questa comunità, dove opera, come agisce e da chi è finanziata;

la violenza contro le donne è un fenomeno che ha assunto negli ultimi decenni una visibilità crescente, suscitando una progressiva attenzione fino a diventare un problema che necessita di una priorità di azione sia a livello internazionale che nell’ambito delle amministrazioni locali;

sempre più spesso, stando alle notizie pubblicate dagli organi d’informazione, si è di fronte a casi emblematici in cui è facilmente riscontrabile, da un lato, il manifesto rifiuto da parte delle comunità musulmane presenti in Italia di rispettare le normative vigenti e di adeguarsi alle regole comportamentali e culturali del nostro Paese e, dall’altro lato, l’atteggiamento superficiale delle istituzioni che, non comprendendone i rischi, adottano semplicistiche soluzioni, mettendo conseguentemente in pericolo la sicurezza dei cittadini;

a giudizio delle interroganti è necessario quindi ribadire come non vi potrà mai essere integrazione senza la preventiva accettazione da parte di tutta la comunità islamica del principio fondamentale della separazione inequivocabile tra la sfera laica e quella religiosa e delle normative vigenti in materia di libertà individuale e di pensiero, di obbligo scolastico, di autodeterminazione e di uguaglianza formale di tutti i cittadini davanti alla legge, dello status giuridico o religioso delle donne, del rispetto del diritto di famiglia e dell’istituto del matrimonio e dei minori;

la legge islamica, rivolgendosi l’islam a tutta l’umanità, è una legge personale e non dipende in nessun modo dall’elemento territoriale. La stessa nazionalità non è collegata, come avviene nella tradizione occidentale, allo ius sanguinis e allo ius loci, ma allo ius religionis, cioè all’appartenenza ad una comunità di credenti che non è legata all’esistenza di un’entità statuale,

 

si chiede di sapere:

 

quali atti il Ministro degli affari esteri intenda adottare al fine di esplicitare in tutte le sedi competenti, comunitarie ed internazionali, una netta posizione di condanna verso ciò che sta accadendo nell’autoproclamato califfato che controlla le ampie zone dell’Iraq e della Siria;

se ritenga opportuno farsi promotore in tutte le sedi competenti di una proposta di sospensione di tutti gli accordi bilaterali verso i Paesi nei quali è applicata la legge islamica;

se il Ministro dell’interno non ritenga opportuno valutare una politica di gestione dell’immigrazione regolare fondata sulla negazione dell’ingresso nel territorio nazionale agli immigrati che, professandosi di fede islamica, rifiutano di rispettare le normative vigenti e di adeguarsi alle regole comportamentali e culturali del nostro Paese;

se voglia fornire dati sul fenomeno dell’infibulazione nel nostro Paese.